Multidisciplinare.
Il Congresso è stato un’opportunità di dialogo tra esperti
afferenti a diverse discipline che, nel loro insieme,
si occupano di individui con disabilità dello sviluppo.
L’idea di studiare questa popolazione utilizzando una
prospettiva olistica, che includa l’insieme delle dimensioni
di cui l’individuo è caratterizzato, emerge sia dalla
revisione della letteratura sull’argomento che direttamente
dalla pratica clinica.
La vita, la salute e lo sviluppo emergono in quanto
processi multi-determinati nei quali gli individui interagiscono
con l’ambiente e le sue innumerevoli variabili. Lo sviluppo
individuale e il raggiungimento di un adeguato livello
di qualità di vita dipendono, dunque, non solo da condizioni
strettamente mediche, ma da una costruttiva interazione
della persona con l’insieme delle dimensioni di cui,
appunto, la sua vita è costituita.
Da qui nasce la necessità di un approccio multidisciplinare
all’osservazione, alla valutazione ed al trattamento
degli individui con disabilità dello sviluppo. Necessità
fortemente enfatizzata durante il Congresso e di cui
ne costituisce una prova la provenienza assolutamente
eterogenea dei partecipanti.
Longitudinale.
La panoramica degli interventi del Congresso mostra
l’importanza strategica di approcciarsi allo studio
ed al trattamento degli individui con disabilità dello
sviluppo considerando e monitorando l’intero arco di
vita (lifespan perspective).
La letteratura in merito fa riferimento, ormai da tempo,
all’importanza di interventi che siano precoci ed efficienti,
non solo nell’ottica di una presa in carico tempestiva
per tentare di risolvere le problematiche “del momento”,
ma anche, e soprattutto, in funzione di proiettarsi
in una prospettiva futura dove ciò che succede (o non
succede) oggi avrà significative ripercussioni sul domani.
La stessa presenza, al Congresso, della Società Internazionale
per l’Intervento Precoce ha consentito di riflettere
sul ruolo vitale che può costituire la presa in carico
tempestiva di bambini con disabilità dello sviluppo.
Ruolo che risulta sostanziale proprio nel promuovere
i processi di sviluppo individuale e la salute mentale
sia della persona portatrice di una disabilità che della
sua famiglia.
All’interno di un contesto così eclettico, vari sono
stati i filoni di ricerca e le prospettive considerate.
Uno tra questi, che risulta di particolare interesse
in vista anche della potenziale applicabilità al contesto
pratico-clinico, è quello che concerne gli studi sulla
plasticità cerebrale, la formazione ed il recupero di
memoria e le nuove possibilità interpretative e terapeutiche
che le recenti scoperte in questi ambiti consentono
di ipotizzare. Costrutti, questi, sui quali si intravedono
anche nuove possibilità di dialogo tra neuroscienziati,
biologi, psicologi, psicoanalisti ed esperti di scienze
educative e riabilitative.
Per quanto concerne gli studi sulla plasticità cerebrale,
la crescente consapevolezza che il cervello è uno degli
organi più plastici del nostro corpo e che tale plasticità
non è una condizione esclusiva del periodo dello sviluppo,
ma continua nel corso della vita adulta, permette di
cominciare a concepire nuovi modelli di riferimento
nella comprensione e nel trattamento della patologia
mentale che prendano in considerazione la natura dinamica
delle interazioni tra geni ed ambiente.
Il corredo genetico con il quale veniamo al mondo, secondo
tali studi, costituirebbe il sostrato sul quale, poi,
successivi stimoli endogeni ed esogeni si inscriverebbero,
determinando la direzione e le particolarità dello sviluppo
individuale. “Gli studi sulla plasticità cerebrale mostrano
come, una volta che i geni sono attivati da processi
di sviluppo cellulari, i loro ritmi di espressione siano
fortemente regolati, nel corso dell’intera esistenza,
da segnali ambientali” (Hyman 1999).
La modalità per eccellenza con la quale avviene tale
interazione geni-ambiente è, probabilmente, l’apprendimento.
Questo rappresenta, difatti, il modo con cui ci appropriamo
delle informazioni provenienti dall’ambiente e le facciamo
nostre, le rendiamo parte del nostro personale bagaglio
di dati che utilizziamo per agire efficacemente nel
mondo. I modelli animali sono stati di notevole valore
euristico nella comprensione di tali meccanismi.
In una serie di esperimenti sulla lumaca di mare, l’Alypsia,
Eric Kandel ha dimostrato come le connessioni sinaptiche
possano essere alterate e rafforzate attraverso la regolazione
dell’espressione genica correlata con l’apprendimento
dall’ambiente. Anche studi su mammiferi hanno dimostrato
la plasticità del cervello in risposta a input ambientali.
Stimoli
ambientali che, per essere appresi devono passare attraverso
processi di selezione e focalizzazione attentiva, di
registrazione e, soprattutto, di memorizzazione. Come
ha esaustivamente sostenuto Cristina Alberini, all’interno
di uno dei simposi del Congresso, la memoria è una funzione
fisiologica significativamente basata sulla plasticità
cerebrale.
La formazione di memoria a lungo termine, sia nella
sua forma esplicita (dichiarativa) che nella sua forma
implicita (non dichiarativa, procedurale), infatti,
richiede l’espressione di geni, espressione accompagnata
da cambiamenti nella morfologia delle connessioni sinaptiche.
Dunque il cambiamento, la ristrutturazione delle connessioni
cerebrali, non avverrebbe solo per la memoria cosiddetta
semantica, riguardante, cioè, il “saper descrivere”,
l’assegnazione di un significato cosciente ad un evento
o ad un oggetto, ma anche per la memoria implicita,
sia nella forma del “saper fare” (guidare l’automobile,
allacciarsi le scarpe) che in quella implicitamente
influenzante il nostro modo di pensare. Una memoria,
quest’ultima, “senza ricordo”, in grado di influenzare,
ad esempio il riconoscimento di parole senza avere,
però, una cognizione cosciente del processo o dell’esperienza
che ha portato a tale capacità (Weiskrantz, 1988). Una
memoria inconscia, insomma.
L’insieme delle esperienze e degli input che, consapevolmente
e non, riceviamo ed elaboriamo a livello cerebrale,
allora, modificano e ristrutturano continuamente il
nostro corredo mentale.
D’altra parte la plasticità neuronale, non interviene
solo durante la formazione di nuove memorie, ma anche
durante il processo di recupero di queste. Se, infatti,
una volta gli psicobiologi ritenevano che, una volta
consolidata, la traccia mnestica non potesse essere
più rimaneggiata, oggi questo non è più ritenuto corrispondente
alla realtà.
I nuovi dati scientifici ci portano ad affermare che
le vecchie memorie possono essere richiamate e, attraverso
questo stesso processo, rese labili e rimaneggiabili.
Oggi, difatti, non si parla tanto o soltanto di “consolidamento”
della memoria, cioè di una codifica stabile dell’esperienza,
ma di “ri-consolidamento”, un continuo processo di rimpasto,
una strategia per integrare i nuovi apprendimenti nelle
precedenti rappresentazioni mentali soggette a continue
ristrutturazioni (Oliverio 2003).
L’insieme
di queste nuove prospettive apre ulteriori possibilità
in termini di interventi terapeutici nell’ambito della
riabilitazione, la salute mentale, l’intervento precoce.
Se il cervello, come sostiene Kandel, è un’entità plastica
e la mente e le sue funzioni sono soggette a rimaneggiamenti
in seguito ad apprendimenti, è chiaro che indirizzare
tali apprendimenti al fine di correggere disfunzioni
e patologie mentali appare una concreta possibilità,
ora maggiormente appoggiata da risposte empiriche e
scientifiche. I costrutti analizzati fino ad ora (plasticità
cerebrale, memoria) gettano un ponte tra biologia, neuroscienze
ed approcci terapeutici che mirano ad una ristrutturazione
mentale dell’esperienza e delle rappresentazioni cognitive
e simboliche di questa.
La psicoterapia, ad esempio. Se questa, infatti, è considerata
una forma di apprendimento, allora il processo di apprendimento
che interviene con la psicoterapia può indurre modifiche
dell’espressione genica e dunque alterare la forza delle
connessioni sinaptiche. Lo stesso Kandel (articoli non
pubblicati) ha affermato che la ristrutturazione della
mente può avvenire attraverso la “terapia della parola”,
dunque il trattamento psicoterapeutico e psicodinamico.
Chiaramente tale ristrutturazione è più agevole in alcuni
momenti della vita individuale piuttosto che in altri.
Ciò, forse, in ragione proprio del fatto che è la stessa
plasticità cerebrale che è maggiormente marcata in determinate
“finestre temporali” ed in determinate aree cerebrali.
L’infanzia sembrerebbe, ad esempio, essere particolarmente
sensibile a tali processi e cambiamenti. L’importanza
di intervenire il prima possibile, allora, quando ci
si trova di fronte ad una disabilità dello sviluppo
(che spesso implica difficoltà di apprendimento e memoria)
assume i caratteri dell’evidenza scientifica e non solo
della rilevanza clinica individuale.
Ad esempio, i bambini che, proprio a causa di un corredo
genetico deficitario, rispondono in maniera “diversa”
alle richieste dei genitori ed elicitano ulteriori reazioni
“alterate” da parte di questi ultimi, vengono fortemente
influenzati da tale input ambientale che agisce sulla
organizzazione e il consolidamento delle connessioni
cerebrali. La salute mentale, a sua volta, risulta segnata
dall’insieme di questi processi.
BIBLIOGRAFIA
DI RIFERIMENTO
Gabbard G. O. “Psichiatria psicodinamica”,
Raffaello
Cortina Editore, Milano 2002
Kandel E., Schwartz J.H:, Jessel T.M., “Principi
di neuroscienze”.
Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2001
Autori Vari, “4th European Congress Mental
Health
and Mental Retardation: a life-span multidisciplinary
approach”, Abstract Book, Roma, 2002
Weiskrantz L. (a cura di) “Thought without
language”,
Claredon Press, Oxford, 1988
Oliverio A. “La mente per le neuroscienze”,
XII
Convegno CIPA, Novembre 2003 (dispense)
Hymann, S.E. “Looking to the future.The role
of genetics
and molecular biology in research on mental illness”.
In:Weissman S.,Wabshin, M., Eist H. (a cura di)
psychiatry in the new Millenium. American Psychiatric
Press,Washington, 1999 |
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