Molto spesso siamo noi stessi a
costruire i nostri limiti, a creare schemi entro i quali
agire, giudicandoci con severità, ponendoci obiettivi
che vanno contro la nostra natura, la nostra essenza.
Jung affermava che se noi non seguiamo la nostra natura,
il nostro talento, la nostra vita è sprecata! Quel
limite che abbiamo e che ci siamo dati non ci resta che
coraggiosamente varcarlo.
Penso che nel mondo contemporaneo
esista una maledizione... non sappiamo stare con noi stessi
e non conosciamo le regole per stare con noi stessi. Siamo
diventati animali che corrono, corrono, corrono senza
sapere dove stanno andando, perché non ci ascoltiamo
più; non ascoltiamo più i messaggi che arrivano
dal nostro corpo. Siamo sempre nel mondo dei pensieri,
spesso rimuginiamo su episodi passati magari di pochi
istanti prima, ma anche di fatti accaduti tanto tempo
fa; così senza accorgercene entriamo nel mondo
dei ricordi, dei rimpianti, dei rimorsi, dei rancori,
dei sensi di colpa e rimuginando evochiamo cronicamente
tali dolori. Ritagliamo un frammento del nostro passato
e lo riportiamo nel presente, ma quel momento è
già passato, è già stato, il nostro
corpo lo ha già registrato, lo ha già vissuto!
Talvolta, siamo proiettati nell’ansia di un esame,
di un progetto, di un modello da attuare, pensiamo che
la nostra felicità sia nell’avere la macchina
più bella, il fidanzato o la fidanzata più
bella, la casa più bella, ecc… Penso che
sarò felice quando andrò in vacanza, quando
andrò in pensione, quando... quando... quando...
e adesso? Già, adesso cosa faccio? In tutte le
tradizioni l’unico tempo che esiste è adesso,
non esiste altro tempo che il presente. Invece la nostra
mente ed i nostri pensieri sono sempre “fuori tempo”,
sono sempre da un’altra parte!
Non ci gustiamo neanche il cappuccino con la brioche la
mattina perché con la mente siamo già al
lavoro con tutte le preoccupazioni, non vediamo nemmeno
la strada che facciamo perché siamo sugli appuntamenti
che abbiamo durante la giornata, non giochiamo più
con i nostri bambini perché abbiamo altre cose
più importanti da fare... devo... devo... devo...
non siamo mai presenti nelle cose che facciamo, non siamo
mai presenti a noi stessi e non ci ascoltiamo mai. Se
per un istante iniziassimo a rallentare inizieremmo a
sentire un altro mondo... quello dentro di noi! Sento
la mia presenza, sento che ci sono, sento che esisto.
Mi accorgo di questo mio corpo che muta in continuazione
pur rimanendo apparentemente sempre lo stesso (ogni giorno
cambiamo le cellule dello stomaco, ogni tre mesi le cellule
del sangue...); noi moriamo e rinasciamo in continuazione
e non ci accorgiamo che questo corpo esegue tutto in silenzio
e lo fa perfettamente. Dentro di noi c’è
una essenza unica, un talento unico, noi invece passiamo
la nostra vita ad assomigliare agli altri, a sposare teorie,
ideali, usiamo frasi fatte e luoghi comuni... facciamo
di tutto per snaturare quell’essere unico che siamo
e diventiamo fotocopie sbiadite di cose già dette,
di vite già vissute. Pensiamo di conoscerci quando
ci definiamo... sono un uomo tutto d’un pezzo...
sono timido... son fatto così... sono permaloso...
sono controllato e non mi arrabbio mai... ecc… non
sapendo che ogni volta che mi definisco mi chiudo in uno
schema, in una prigione, in un limite; e farò di
tutto per attenermi a quello schema o a quella definizione
che mi sono dato o che mi hanno dato gli altri. Siamo
diventati come Polifemo, guardiamo in una sola direzione
o siamo completamente ciechi del mondo, della vita che
scorre dentro di noi. Eppure il saggio all’allievo,
che gli domanda se può partecipare anche lui, che
è solo un arrotolatore di sigarette, gli risponde:
“sciocco, tu non sei solo quello!”.
Come dice Pirandello, noi siamo uno, nessuno e centomila.
Dentro di noi ci sono infiniti mondi, infinite facce di
noi che non conosciamo; noi conosciamo solo quel limite
che ci siamo dati, ci trattiamo come cani a guinzaglio
e ci giudichiamo in continuazione dicendoci come dobbiamo
comportarci, come devono comportarsi gli altri. Siamo
sempre sul tavolo degli imputati, non sapendo che ogni
volta che ci giudichiamo ci prendiamo a schiaffi, a pugni,
ecc. siamo dei bravi incassatori! Se solo ci osservassimo
senza giudizi, dolcemente, e riuscissimo ad accogliere
dentro di noi tutte quelle emozioni che si affacciano
come le onde di un mare, che ci lambiscono, ci sfiorano
e lentamente si allontanano; solo così, piano piano,
inizieremmo a conoscerci, ad uscire dai confini, dai limiti
che ci siamo dati, ad avventurarci oltre le colonne d’Ercole
e conoscere di noi lati inesplorati... forse sentiremmo
ancora il nostro cuore battere, il nostro sangue scorrere
nelle vene, i nostri occhi inizierebbero a vedere cose
che prima non vedevano, inizieremmo ad annusare profumi
che prima non sentivamo neppure... e pensare che un’ape
sente il polline ad otto chilometri di distanza e noi
invece non sentiamo il profumo di un fiore neanche a mezzo
metro. Siamo diventati anestetizzati, siamo sempre più
controllati, siamo sempre nei piani alti dei pensieri
e della mente e non proviamo nessuna emozione. Siamo diventati
gli esseri più noiosi della terra! Quindi, per
salvarci ci resta, oltre questa coscienza razionale, attingere
ad un’altra coscienza che Bachelard, filosofo francese,
definiva coscienza disattenta o aurorale: una coscienza
dove i confini, i limiti si allentano, una coscienza stuporosa
ed incantata e magica come quella dei bambini. I bambini
che giocano lasciando i giocattoli sul pavimento, si allontanano
anche per delle ore, poi ritornano e ricominciano a giocare
con gli stessi giocattoli... per loro il gioco non finisce
mai!
Siamo noi genitori, educatori che diciamo sempre di mettere
in ordine e così facendo facciamo morire le cose,
facciamo morire quelle forze misteriose che abitano dentro
ognuno di noi. Il bambino che vive eternamente il presente...
un istante ride... un istante dopo può piangere,
è sempre nell’istante, il saggio bambino.
Noi dovremmo imparare dai bambini; noi che abbiamo perso
quella magia della spontaneità, della spensieratezza,
del gioco e della passione. Quando un bambino gioca è
completamente presente in quello che sta facendo... quando
la mamma lo chiama per mangiare lui si sta nutrendo di
qualcos’altro di più sottile che lo sta incantando
e che lo sta appassionando. Noi siamo appassionati? Siamo
incantati? Quando nell’antica Grecia moriva qualcuno
si chiedevano se aveva vissuto con passione... Jung affermava
che se noi non seguiamo la nostra natura, il nostro talento,
la nostra vita è sprecata! Quel limite che abbiamo
e che ci siamo dati non ci resta che coraggiosamente varcarlo.