Avevo saputo che era caduta tre giorni fa. Non la vedevo da qualche mese, era stata ospite dalla sua figlia minore a Milano. Ora era tornata a casa. Ma non nella sua casa di sempre. Quella in campagna con un grande giardino. Quella dove aveva vissuto dal giorno del suo matrimonio. Ora che viveva sola, sua figlia maggiore aveva voluto che andasse a vivere in un condominio in città, in un piccolo appartamento accanto al suo.
Olga era felice di vedermi e non vedeva l’ora di raccontarmi la sua brutta avventura. Tre notti fa era caduta scendendo dal letto per andare in bagno. Era rimasta sul pavimento per un paio di interminabili ore al freddo ed al buio. Non aveva tentato di alzarsi, perché temeva di fare peggio, come era successo alla sua amica Maria, quando aveva rotto il femore. Eppoi era quasi chiaro! E la mattina, di buon ora come sempre, sarebbe passata a trovarla sua figlia o sua nipote.
Sua figlia chiamò l’ambulanza: poche ore in Pronto Soccorso fra esami radiologici, cardiologici ed ematologici tutti negativi. Solo una contusione e niente di più.
[Chissà se era caduta per aver perso i sensi, o se era inciampata. Se era rimasta al suolo veramente solo due ore. Chissà perché una donna così abituata a vivere sola e così risoluta
nei suoi comportamenti non aveva tentato di alzarsi, non aveva chiesto aiuto
gridando.]
Mi disse che no, non aveva perso i sensi. Inciampata sul tappeto, forse. Eppoi era buio, non ricordava bene. Al buio in una casa nuova, nella quale non aveva ancora memorizzato, di giorno, dove fossero mobili ed oggetti, figurarsi di notte, trovare l’interruttore della luce.
[Mentre Olga raccontava la sua storia, tanti pensieri si
affollavano nella mia mente. Era stata d’accordo sulla vendita della sua casa ed al trasferimento nel piccolo appartamento? Cosa aveva significato per lei questo nuovo cambiamento solo pochi mesi dopo la morte del marito? Quante cose semplici, ma importanti, si possono fare con un pò di
attenzione, senza spese e con il consiglio di un esperto: lasciare accesa una
piccola luce di notte; mettere degli interruttori grandi e luminescenti; togliere
tappeti, tavolini ed ostacoli poco visibili; disporre, se possibile, il letto,
i mobili, gli oggetti di largo uso nelle stesse posizioni della vecchia casa.]
Nel frattempo entrò in casa la nipote. Chiesi ad Olga se fosse caduta altre volte negli ultimi tempi, se camminava sicura, se avesse sofferto di vertigine. Olga mi rispose che le gambe qualche volta le cedevano e che...
Ma la nipote l’interrupe cercando di rassicurarla dicendole che a quasi 80 anni e con l’artrosi poteva capitare di inciampare e cadere. “Stai tranquilla, nonna, va tutto bene, non hai mai avuto un intervento, prendi solo due pastiglie al giorno, hai la pelle più liscia e bella della mia”.
Olga riprese a rispondere alla mia domanda precedente. Qualche volta, solo qualche volta, da 2-3 mesi, per tirarsi su dalla poltrona o per camminare per il soggiorno, si appoggiava ad un deambulatore che aveva usato suo marito. Ma in camera da letto il deambulatore non poteva entrare: un armadio non permetteva alla porta di aprirsi completamente.
Notai che Olga aveva qualche difetto di pronuncia a me sconosciuto in precedenza.
Entrò la figlia con la cena. Olga avrebbe voluto attendere prima di mangiare per parlare ancora un pò con me, ma sua figlia doveva andare al lavoro. Era di turno!
Olga veniva quasi imboccata, ma la figlia si affrettò a precisare che: “Accade solo per il brodino. La mano le trema un pò. Ma è naturale a quest’età. Per il resto la mamma fa tutto da sola! Pensi che vorrebbe ancora cucinare e lavare i piatti. Ma noi abitiamo nell’appartamento attiguo e ci pensiamo noi”.
Olga qualche volta accetta di andare a mangiare di là, da sua figlia, ma più spesso preferisce rimanere a “casa sua”.
“Non mi fanno lavare i miei panni, non mi fanno cucinare e lavare i piatti: ma che donna sono diventata!” si chiede rassegnata quando sua figlia va via.
[Sicuramente c’è qualche cambiamento in Olga: la caduta, i tremori, una sospetta
lieve disartria, un tono dell’umore un pò depresso. Tornerò a trovarla domani
per approfondire questi aspetti. Rifletto su figlia e nipote che, in maniera
affettuosa, rassicurano banalizzando i problemi posti da Olga. I tempi di Olga
non sono quelli dei suoi familiari, che pure amorevolmente l’assistono: risveglio,
pasti, riposo sono quasi ospedalieri. Penso ancora una volta a quante piccole
soluzioni si possono trovare per risolvere dei problemi che per Olga sono importanti.
L’armadio si può spostare per far aprire la porta. Ci sono in commercio delle
posate adattate alle esigenze di Olga. Eppoi anche se versa un pò di brodo non è la
fine del mondo; e perché insistere col brodo se Olga manifesta queste difficoltà?
Ci sono in commercio dei prodotti addensanti per aiutare i disabili ad assumere
i liquidi necessari. Penso, inoltre, che si possa lasciarle lavare qualche panno
e cucinare qualche semplice cibo e lavare qualche piatto o stoviglia, rischiando
qualche piccolo incidente. In un anziano, con iniziali segni di disabilità, è molto
importante favorire l’autonomia.]
Quante Nonne Olga ho tra i miei assistiti e tra i miei conoscenti, delle quali non conosco l’esistenza o sottovaluto i problemi?
Necessitano programmi di formazione mirati. Tutti devono essere addestrati a saper riconoscere gli iniziali segni di disabilità negli anziani, specie in quelli a rischio, e saper intervenire: medici di famiglia e specialisti, infermieri ed altri operatori sanitari, ma anche familiari e conviventi. Bisogna parlarne negli incontri tra colleghi, nei corsi di formazione, nelle riunioni familiari!
Anche nel novembre scorso sono passato a fare l’antinfluenzale a Nonna Olga. Lei abita sempre lì, al terzo piano, in quell’appartamentino a fianco dell’abitazione di sua figlia. Ma non abita più da sola. Una badante ucraina l’assiste quasi a tempo pieno. Qualche volta Olga mi riconosce e mi sorride.
Quei segnali d’allarme insorti in poche settimane mi avevano spinto a prescrivere accertamenti e visite approfondite, ma la vasculopatia aterosclerotica cerebrale si aggravò inarrestabilmente.
Non vado più da solo a trovare Nonna Olga, mi faccio sempre accompagnare dal mio tirocinante di turno del Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale. La casa di Nonna Olga è una tappa fissa per tutti i giovani medici che frequentano il mio studio: presento il caso, mostro le cartelle cliniche, faccio vedere tutti i piccoli accorgimenti per l’aiuto alla disabilità che negli anni abbiamo attuato in casa, li faccio parlare con i familiari e la badante.
Per giungere ad un’innovazione culturale e professionale nel modo di concepire
la disabilità, bisogna abbandonare l’idea della ineluttabilità, specie quando “le
cure mediche” non assicurano una restituzione alla “normalità”.
C’è un sorprendente mare, poco esplorato, di cose che si possono fare, promuovere,
diffondere.