
Attrezzature professionali da alpinismo per altissima quota e strumenti scientifici tra i più sofisticati e innovativi, necessari per studiare la fisiologia e fisiopatologia umana sopra i cinquemila metri, sono stati portati da Milano sino alla quota di 5400 mt, alla base dell’Everest. Cronaca di una avventura straordinaria.
Tutto è iniziato ai primi di settembre
con una pacifica e coloratissima invasione
dell’aeroporto internazionale di
Malpensa a Milano.
In realtà il lavoro di preparazione
della spedizione HIGHCARE era
iniziato molto prima ed è arrivato a
concretizzarsi dopo quattro anni dai
primi progetti fatti scendendo dalle
pendici del Monte Rosa, dove avevamo
condotto una serie di esperimenti
in Capanna Margherita.
Già allora l’Hymalaia era nei nostri
sogni, ma solo passo dopo passo,
attraverso più di un anno di lavoro
preliminare e una serie infinita di difficoltà
e imprevisti, stavamo realizzando
in aeroporto, sommersi dai
nostri borsoni rossi, che l’avventura
vera cominciava...
Dopo quasi 11 giorni di viaggio in
progressiva ma calibrata salita, i 49
partecipanti alla spedizione scientifica
HIGHCARE (High Altitude
CArdiovascular Research), accompagnati
dai portatori sherpa e da una
mandria di yak dalle lunghe corna e
dal pelo variabilmente sviluppato,
hanno raggiunto il campo base
dell’Everest sul versante nepalese
(data l’impossibilità per gli occidentali
di utilizzare il versante tibetano
per i noti problemi politici con la
Cina).
Attrezzature professionali da
alpinismo per altissima quota e strumenti
scientifici tra i più sofisticati e
innovativi, necessari per studiare la
fisiologia e fisiopatologia umana
sopra i cinquemila metri, sono stati
portati da Milano sino alla quota di
5400 mt, alla base dell’Everest, con i
mezzi di trasporto più vari. Dai
modernissimi jet quali l’Airbus A340
o il Boeing 777 agli autobus sferraglianti
e scalcinati. E poi i piccoli e
datati aeroplani ad elica, che solo un
benevolo occhio divino ha aiutato a
volare bucando a vista nuvole
dense.... E’ un volo che nessuno
dimenticherà più nella vita, si sorvolano
le vallate vedendo in lontananza
la catena hymalaiana, ti senti accarezzare
i piedi dai fiumi sinuosi e trattieni
il fiato fin quando non senti che
...incredibilmente... l’aereo è fermo,
sei sano e salvo sulla cortissima pista
di atterraggio di Lukla, a 2800 mt,
compressa tra uno strapiombo e una
parete di roccia verticale.
Nuova tappa... nuovo mezzo di trasporto:
i mastodontici elicotteri militari
russi, su cui siamo saliti di corsa
come una vera truppa da sbarco, che
ci hanno aiutato a spostarci ancora
più in alto, a Namche Bazar (3500 m
s.l.m.).
L’ultimo pezzo, quello più duro,
sarebbe stato poi impensabile senza
l’aiuto degli yak e di quel popolo
meraviglioso degli Sherpa tibetani.
La carovana si estendeva a perdita
d’occhio lungo la valle del Kumbu,
ed era composta oltre che dai 49
membri del team internazionale
anche da oltre 200 portatori carichi
della strumentazione e da decine di
Yak.
Il 21 settembre, la spedizione raggiungeva
le tende del campo, frettolosamente
e approssimativamente
rimesse in piedi, nell’arco di 24 ore,
dopo essere state abbattute dal poderoso
spostamento d’aria causato da
una gigantesca valanga caduta a
poche centinaia di metri. Il giorno
dopo, 22 settembre, il campo base
dell’Everest era attraversato da una
frenetica attività. Medici (cardiologi,
internisti, neurologi, neuropsicologi,
ematologi, endocrinologi), ricercatori,
dottorandi, specializzandi, studenti,
infermieri, ingegneri, guide alpine
e semplici volontari erano tutti impegnati
a togliere le attrezzature dai sacconi
e dalle valigie ipertecnologiche -
a prova di urto e umidità - portate
dagli sherpa e dagli yak. Venivano
attrezzate oltre alle piccole e gialle
tende a igloo personali, anche le
tende laboratorio blu intenso e la
tenda laboratorio-soggiorno a geode
arancione, dando forma sul ghiacciaio
ad un colorato villaggio “highteck”.
Qui avrebbe operato per quasi
due settimane la imponente spedizione
HIGHCARE 2008, organizzata
dall’Istituto Auxologico Italiano in
collaborazione con l’Università di
Milano Bicocca, e patrocinata dalla Regione Lombardia (Assessorato
Sanità) e dal CAI (Club Alpino
Italiano).
L’obiettivo era studiare gli effetti dell’ipossia
ipobarica sul corpo umano,
facendo uso di costosissimi contenitori
a tenuta per l’azoto liquido,
necessario a conservare i numerosissimi
campioni di sangue prelevati ad
una temperatura di -80 gradi per successive
analisi di proteomica e genomica,
e utilizzando attrezzature
moderne o addirittura sperimentali
per la raccolta di dati cardiorespiratori
e neurologici.

Tra queste le magliette
Magic, con inclusi sensori indossabili
in fibre di tessuto conduttore,
appositamente studiate per effettuare
registrazioni continue di ECG e frequenza
cardiaca, attività respiratoria e
movimenti del corpo sia durante il
sonno in tenda, sia durante la scalata.
Non mancavano poi registratori portatili
per le polisonnografie
(Polisonnigrafo Embletta, Embla,
gentilmente forniteci da Sapio Life),
per il monitoraggio in continuo dei
parametri vitali quali pressione arteriosa
e frequenza cardiaca sui volontari,
per gli ecocardiogrammi e per la
rilevazione della rigidità arteriosa.
Il tutto tra notevoli difficoltà e inconvenienti
tecnici, compresa la scarsa
performance dei generatori di corrente
elettrica a benzina, che poco bruciava
in carenza di ossigeno, la difficoltà
a garantire un riscaldamento
decente alle tende laboratorio per la
riluttanza a carburare delle stufette a
gas (più che calore nell’aria emanavano
in effetti gas non combusto...), e
la progressiva moria di computer
portatili, il cui disco rigido andava in
blocco, uno dopo l’altro, per la bassa
pressione atmosferica, come si legge
sul diario on-line aggiornato sul sito
www.highcare2008.eu.
L’importanza e l’unicità di questa spedizione era stata sottolineata
durante la sosta del gruppo a
Kathmandu dall’ottantaseienne lady
britannica Elizabeth Hawley, forte
della sua pluridecennale esperienza
come certificatrice e testimone storica
vivente di tutte le spedizioni
Himalayane fatte sino ad ora. Mrs
Hawley aveva definito la spedizione
HIGHCARE 2008 “la più grande
spedizione scientifica mai organizzata
sull’Everest”.
La spedizione HIGHCARE
è stata ideata, progettata e
realizzata da Istituzioni e ricercatori
italiani, con però una solida dimensione
internazionale, fortemente
voluta dal suo promotore e coordinatore,
il Prof. Gianfranco Parati, primario
di cardiologia all’Istituto
Auxologico Italiano di Milano, e professore
straordinario di medicina
interna all’Università di Milano-
Bicocca.
Ricercatori, trekker e alpinisti
erano in effetti provenienti non
solo da Italia, ma anche da Polonia,
Germania, Francia, Svizzera, Stati
Uniti d’America e naturalmente
Nepal.
La preparazione di questa spedizione
si era basata su una serie di ricerche
preliminari, condotte per quattro
anni in cima al Monte Rosa presso la
Capanna Margherita a 4559 m.
La sua realizzazione, supportata
dall’Istituto Auxologico Italiano e
dall’Università di Milano-Bicocca, è
stata possibile grazie a notevoli
finanziamenti da parte di sponsor
pubblici e privati, tra cui Boehringer
Ingelheim Germania e Banca Intesa
San Paolo. Il suo obiettivo consisteva
in «uno studio approfondito degli
effetti cardiorespiratori, metabolici,
ematologici e neurologici dell’ipossia
ipobarica prolungata, e nel valutare
l’efficacia di interventi correttivi
farmacologici e non farmacologici
per prevenire e curare il male acuto
di montagna e per identificare
nuove prospettive terapeutiche per i
pazienti affetti da ipossia cronica»
come indicato nella presentazione
ufficiale sul sito web www.highcare2008.
eu.
Come sottolineato dal Prof. Parati,
queste ricerche «utilizzano l’ipossia
ipobarica in alta quota come un
modello sperimentale per esplorare la
fisiopatologia di alcune malattie croniche
connesse con l’ipossia tissutale,
quali lo scompenso cardiaco, la
malattia polmonare ostruttiva cronica,
l’ipertensione arteriosa associata
alla sindrome delle apnee notturne e
l’obesità severa».
Numerose sono state le novità sperimentate
durante la ricerca al campo
base e durante il tentativo di ascesa
all’Everest.
Ricordiamo in particolare la
“maglietta” MagIc, un prototipo
basato sull’uso di sensori indossabili
messo a punto dagli ingegneri del
Polo Tecnologico della Fondazione
Don Gnocchi di Milano, utilizzata
sia per registrazioni dinamiche ECG
secondo HOLTER che per polisonnografie
notturne, soprattutto negli
alpinisti che sono riusciti per la prima
volta a registrare tali parametri a quote superiori ai 5500 m.
Un altro
sottoprogetto riguarda un farmaco
comunemente utilizzato per il trattamento
dell’ipertensione arteriosa, il
Telmisartan, di cui si è voluto testare
la capacità di regolare la risposta all’ipossia
ipobarica attraverso il blocco
selettivo del recettore AT1 dell’angiotensina
II.
Il protocollo HIGHCARE 2008 prevedeva
la registrazione non invasiva
battito a battito di pressione e frequenza
cardiaca per studiare la regolazione
nervosa dell’apparato cardiovascolare,
il monitoraggio della pressione
arteriosa per 24 ore, lo studio
della attività metabolica, la valutazione
della rigidità arteriosa, e lo studio
delle caratteristiche del sonno in alta
quota, separatamente in uomini e
donne che in HIGHCARE erano
rappresentati in numero quasi eguale.
Come si legge sul diario HIGHCARE,
«inoltre, abbiamo cercato di
valutare gli effetti di contromisure
non farmacologiche quali la ventilazione
meccanica a pressione positiva
delle vie aeree (CPAP) e il respiro
lento controllato. Abbiamo inoltre
poi esplorato la relazione tra le variazioni
nei parametri biologici e nei
parametri meteorologici quali la temperatura,
l’umidità e l’esposizione alla
radiazione UV».
Il gruppo di guide alpine capeggiato
da Armin Fisher e Fabio Iacchini si è
infine cimentato nel compito di
effettuare raccolta di dati biologici
alla quota più alta possibile, cercando
di raggiungere la vetta dell’Everest.
Purtroppo le avverse condizioni
meteorologiche, e le continue valanghe
che hanno causato feriti nel piccolo
gruppo di alpinisti francesi che
hanno affiancato HIGHCARE al
campo base, non hanno consentito
alla spedizione la conquista
dell’Everest, ma non hanno impedito
raccolta di dati a quote intorno ai 6700 metri.
Terminate le ricerche, sulla via del
ritorno, il gruppo di medici e ricercatori
milanesi capeggiato dal prof.
Parati ha potuto recarsi a Kunde,
all’ospedale fondato da Hillary a
sostegno della popolazione della valle
(circa 8000 persone), a cui sono stati
donati i numerosi farmaci non utilizzati
nel corso della spedizione.
E’
stata poi visitata la scuola elementare
di Namche Bazar, frequentata da
circa 90 bambini dai 4 ai 10 anni, a
cui è stato donato il sofisticato sistema
di pannelli solari e invertitori di
corrente elettrica utilizzato da
HIGHCARE al campo base
dell’Everest, che permetterà alla scuola
di avere energia elettrica quotidianamente
durante le ore di lezione.
Dobbiamo dire che ciò che abbiamo
potuto lasciare in quei luoghi magici
non è che “piccola cosa” rispetto a
tutto ciò che quei luoghi e quelle persone
ci hanno regalato. Ognuno dei
partecipanti ha portato a casa qualcosa
che niente cancellerà, l’umanità,
l’ospitalità, la generosità, la dignità di
un popolo che pur vivendo in condizioni
climatiche estreme e con
pochissime risorse economiche, non
ha mai risparmiato ad ognuno di noi
un sorriso, uno sguardo profondo ed
un sostegno impagabile.
Ci siamo
portati a casa gli occhi dei bambini
che gioivano per il semplice regalo di
una matita, delle donne che lavoravano
per strada, degli uomini che portavano
i nostri pesi e che cucinavano
per noi.
Ora, tornati a Milano, è iniziata la
parte forse più impegnativa e certamente
più eccitante dal punto di
vista scientifico: la elaborazione e
analisi dei dati raccolti, ed ognuno di
noi, all’interno dei propri laboratori
analizza con entusiasmo i tracciati,
portandosi un pezzo di Nepal nel
cuore.