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Copertina della rivista

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Il ruolo della divulgazione scientifica in democrazia e le sue carenze

Fino al secolo scorso le scelte democratiche che coinvolgevano direttamente la popolazione erano abbastanza facili: una nuova strada, un nuovo comune, il taglio di un bosco, la costruzione di una flotta, armi che non mettevano in pericolo intere popolazioni. Poi tutto è cambiato. Gli effetti della prima bomba atomica, l'uso del fosforo bianco o le armi biologiche, le cellule staminali embrionali, gli organismi geneticamente modificati, i cloni, l'energia nucleare, i cambiamenti del clima, le nanotecnologie, i test genetici, le nuove terapie: ogni giorno una tecnica nuova. E spesso la popolazione è chiamata da un referendum a esprimere un parere su argomenti di cui non sa nulla e, mancando delle basi necessarie, oscilla verso il bianco e il nero strattonata da squadre di "ricercatori" che tifano per una o per l'altra soluzione. L'unica difesa per compiere scelte democratiche è nella divulgazione scientifica. Ma quale? Di quali fonti fidarsi? Quali gli interessi economici in gioco? Quali le lobby in campo? Quali i condizionamenti degli editori? Nel gioco delle parti i giornalisti che si occupano di divulgazione scientifica sono preparati a svolgere questo ruolo, importantissimo per la democrazia?

Racconta Platone ne La Repubblica che, per difendersi dai persiani, la repubblica ateniese doveva costruire delle triremi. Il legname sarebbe stato fornito dagli alberi del monte Citereo, vicino Tebe. I Tebani, convocati nell’Agorà di Atene, dicono all’assemblea dei cittadini ateniesi: «Se volete vi diamo gli alberi, ma, costruite le navi, non usciranno dal porto perché la bora che vi batte è attenuata proprio dagli alberi del monte Citereo che volete tagliare. A voi ora decidere». I cittadini di Atene, riuniti nell’Agorà, erano in grado di decidere, perché capivano i punti salienti del problema1. Dai tempi di Atene al secolo scorso le scelte democratiche che coinvolgevano direttamente la popolazione erano abbastanza facili: una nuova strada, un nuovo comune, il taglio di un bosco, la costruzione di una flotta, armi che non mettevano in pericolo intere popolazioni. Poi tutto è cambiato.

E le scelte di oggi sono molto più complicate. Facciamo un esempio attuale. Ratificando il protocollo di Kyoto ci siamo assunti degli impegni. Per esempio ridurre le emissioni di gas serra del 6,5% entro il 2012. Che cosa vuol dire? Gli italiani sono in grado di capire esattamente che cosa significa e scegliere fra le varie soluzioni sul tappeto quale adottare? Qualche dato ce lo fornisce Tullio de Mauro, uno dei maggiori linguisti italiani. Scrive: “Il 5% degli italiani tra i 14 e i 65 anni non sa distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Il 38% legge con difficoltà una scritta e decifra qualche numero. Il 33% non è in grado di decifrare un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana; un grafico con qualche percentuale è incomprensibile. Solo il 20% della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea2”.

Quindi quando siamo chiamati a un referendum scegliamo in modo meno democratico degli ateniesi. “Se mi chiedono: Dobbiamo chiudere le centrali atomiche?” Lo chiedono proprio a me, Umberto Galimberti. Io penso proprio di aver votato di chiuderle, ma perchè ho votato così? Forse sono un fisico atomico? No! Perchè sono di sinistra e la sinistra diceva di chiuderle? Probabilmente sì. Ma questo che cosa significa? Che ho detto sì per una questione di appartenenza, per una dimensione professionale, per una faccenda emotiva” 3. Abbiamo scelto emotivamente anche su altre cose di cui non sapevamo nulla.

Perchè oggi nessuno può dirsi competente: il fisico nucleare, che sa tutto di centrali, non sa nulla di Ogm; il genetista vegetale che sa tutto di Ogm, non sa nulla di fisica nucleare o di diagnosi precoce. E allo stesso modo non sappiamo nulla di fosforo bianco, di armi biologiche, di cellule staminali embrionarie, di cambiamenti climatici, di nanotecnologia, di medicina predittiva e via elencando. E poichè nessuno è competente per il livello tecnico cui siamo giunti, ecco che la tecnica diventa campo di gioco di tutti coloro che lavorano di retorica, di persuasione. E senza conoscenza diffusa siamo costretti a fidarci di chi ci dà le informazioni: dei mass media, degli esperti, dei politici.

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I mass media

Con un handicap. Dietro le notizie ci sono spesso/sempre degli interessi economici.
E per capire quali sono bisognerebbe sempre domandarsi: questa informazione fa gli interessi di chi? Per fidarci dei mass media dovremmo sapere chi è il proprietario di quel giornale? Quali sono i suoi interessi in quel settore? E quali gli interessi dei suoi amici e soci in altre imprese? Ha contratto debiti? Con chi? E che interessi hanno i creditori?

Un esempio. Molti mass media criticano la sanità pubblica e inneggiano a quella privata.
Ma non tutti sanno che molti imprenditori della sanità privata posseggono o, tramite i consigli di amministrazione, hanno influenza sui media4.


I giornalisti

Quanto al giornalista, chi è? È un esperto del settore o un cronista di bianca o di nera?
Ha avuto il tempo di approfondire? È pagato abbastanza per dedicare tempo all’argomento? Chi sono le sue fonti? È onesto o si vende in cambio di un piatto di lenticchie? C’è chi sostiene che agli italiani non interessa la divulgazione scientifica, ma ci sono dati che contraddicono questa tesi. Focus è un mensile popolare di divulgazione scientifica sul mercato ormai da 16 anni. Alcuni fascicoli hanno venduto più di un milione di copie, ma vende mediamente 673 mila copie al mese e ogni copia ha circa 10 lettori, quindi Focus ha 6 milioni di lettori, come dire che almeno un italiano su 10 è interessato alla divulgazione popolare della scienza.

Senza contare gli altri Focus dedicati alla divulgazione per bambini, o ad argomenti specifici e le altre testate di divulgazione scientifica presenti sul mercato italiano.


Gli esperti

Un nome noto: Umberto Veronesi, tanto noto da rendere inutile la presentazione, sostiene che “il governo italiano deve costruire dieci centrali nucleari nei prossimi dieci anni”5. Veronesi si esprime su molti campi. In alcuni è competente, in altri il suo parere vale come quello di chiunque. Chi è un esperto? Un chirurgo del seno è un esperto di riscaldamento della terra e di nucleare? Chiederemmo a un fisico nucleare un parere su quale tecnica chirurgica adottare per affrontare un tumore al seno? Scelto l’esperto bisogna poi verificare se è portatore di interessi onesti. Chi finanzia le sue ricerche? Chi i suoi congressi? Chi gli paga il fee per fare conferenze? Chi paga la borsa di studio al ricercatore necessario nel suo laboratorio? Alcuni ricercatori hanno anche interessi disonesti. Nel 1995 Ross Gelbspan, giornalista Premio Pulitzer che si occupa di cambiamento climatico per il Boston Globe, ha scoperto che alcuni ricercatori erano finanziati a suon di svariati milioni dall’industria del carbone e del petrolio, Exxon Mobile in primis, per essere scettici sull’argomento.

E da allora ha continuato ad aggiornare il suo database6. E più recentemente Marianne Lavelle, reporter investigativo di The Center for Public integrity, organizzazione non profit, ha aggiornato il 16 marzo il suo report sui lobbisti pronti a combattere il Climate Bill del presidente Obama7.


I politici

Quanto ai politici, vengono informati dai lobbisti. Se in Italia non sono obbligatoriamente rese pubbliche le spese di lobbying, nè si riesce a legiferare per regolare l’afflusso in parlamento dei portatori di interessi, per avere un’idea di quel che avviene senza alcun controllo basta dare un’occhiata ai dati degli Stati Uniti. Nel solo 2008 la Exxon Mobile ha investito ben 29 milioni di dollari in attività di lobbying8.


I lettori

Ma va cambiata anche l’attitudine dei lettori: se sanno poco (o nulla) di scienza, sono in grado di capire qual è il ricercatore, il politico, il giornalista di cui fidarsi? E invece gli italiani stanno allontanandosi dalle materie scientifiche. Nel 1998 gli iscritti in corsi di laurea in materie scientifiche erano il 10,4% del totale e si laureava il 9,4%, ma sette anni dopo, nel 2005, gli iscritti erano scesi al 7,7% e i laureati erano il 7%: sono aumentati gli iscritti all’università, ma in percentuale gli iscritti alle materie scientifiche sono diminuiti.

E non è tutto. L’informazione adulta comporta l’ambivalenza delle posizioni, dei torti e delle ragioni. In Italia invece vince il modello Star Wars: noi siamo i buoni e abbiamo ragione e quelli che la pensano diversamente sono cattivi e hanno torto. Ci vorrebbe invece un patto fra mass media e lettori: le soluzioni facili spesso nascondono scelte fatte da altri, mentre bisogna chiedere alla divulgazione scientifica che rappresenti la complessità e non cerchi di convincere barando al gioco. Inoltre ci vuole maggiore attenzione per la ricerca.

Perchè la ricerca possa inventare soluzioni adatte alle esigenze e alle disponibilità italiane e perchè gli italiani possano capire tutte le implicazioni di un problema e possano “decidere” democraticamente, bisogna trovare il modo di spiegare che se la finanziaria dà pochi fondi alla ricerca è come se impedisse la soluzione di problemi cruciali; e se li lesina all’istruzione è come se si ostacolasse la democrazia. I fondi destinati all’una e all’altra vanno difesi con forza perchè vitali. Le vere barriere alla ricerca sono infatti culturali prima che economiche. Il termine cultura va inteso in senso sociologico, ovvero come espressione di valori, norme, aspirazioni di una comunità. Dire che la barriera al miglioramento della ricerca in Italia è culturale, significa dire che la società è assai poco attenta a quello che fa la ricerca.

Oggi l’Italia non aspira collettivamente ad avere una ricerca di eccellenza. Sono inadeguate le leggi. Le città sono disinteressate e scollate dai centri culturali che ospitano. Le norme, le baronie che vigono all’interno delle strutture di ricerca, non controllate dall’occhio vigile della comunità, sono diventate un ostacolo allo sviluppo.

Ragazza su sfondo rosso circondata da libri


Note

1
Galimberti U. Psiche e techne. Feltrinelli 1999

2
De Mauro T. Analfabeti d’Italia. Internazionale 734 (7 marzo 2008) p. 17

3
Galimberti U., loc cit.

4
Beltramini A. “Le mani della sanità privata sui media” in Spizzichi e smozzichi, http://www.focus.it/Community/ cs/blogs/il_blog_di_amelia_beltramini/default.aspx (12 febbraio 2009, 4 marzo 2009)

5
Cresto-Dina D. “Veronesi: solo il nucleare ci salverà. Rubbia frena: non è l’unica alternativa.” Repubblica.it http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/ambiente/energie- pulite/veronesi-rubbia/veronesi-rubbia.html (30 maggio 2007)

6
Gelbspan R. “The Heat is On Line” http://www.heatisonline. org/

7
Lavelle M. “An Army of Lobbyists Readies For Battle on The Climate Bill” in Yale Environment360. http://www.e360.yale.edu/content/feature.msp?id=2131 (16 marzo 2009)

8
Opensecrets.org http://www.opensecrets.org/lobby/clientsum.php?lname=Exxon+Mobil&year=2008 (accessed 20 marzo 2009)