
La produzione divulgativa dei ragazzi ne
"Il linguaggio della ricerca" analizzata e
commentata da un esperto in
"grammatica della divulgazione".
Una qualità di scrittura pregevole.
La qualità dei prodotti prova che la
complessità degli argomenti trattati ha
costituito quasi una sfida per la costruzione
di una forma espressiva pregevole,
leggera, spesso ironica, ricca di
metafore, doppi sensi, invenzioni narrative
talora esilaranti. Ciò sembra
confermare il canone della scrittura
creativa secondo cui la contrainte - nel
nostro caso la costrizione derivante
dall’obbligo di confrontarsi con una
materia spesso ostica e, in certo senso,
imposta - esalti la creatività anziché
deprimerla. La motivazione, presumibilmente
alta, e il piacere di cimentarsi
- dovuti anche alla novità della consegna
e al lavoro in gruppo che, nei
casi migliori, valorizza armonizzandole
abilità spesso poco apprezzate a
scuola - hanno fatto il resto. Sta di
fatto che quasi certamente la qualità
dei testi scritti ottenuti è superiore a
quella del tema scolastico tradizionale,
estemporaneo e con consegna spesso
generica.
È una circostanza di cui,
forse, dovrebbero tenere conto gli
insegnanti di lettere. Il motto catoniano
rem tene verba sequentur (se conosci
la materia, le parole vengono da sole)
sembra confermato, in un paese come
il nostro, dove l’incompetenza pare
quasi un prerequisito per potere parlare
di qualcosa.
Ma in realtà anche ai verba, cioè alla
forma espositiva, questi studenti
hanno posto molta cura, sia nell’articolo
scritto sia nei diversi generi multimediali
previsti nel bando (disegni,
animazioni, filmati, poster, ecc.).
Rigore e piacevolezza espressiva coesistono
in questi prodotti, che sembrano
uniformarsi al criterio aureo della
divulgazione formulato da Piero
Angela: “Il mio linguaggio sta dalla
parte del pubblico, i contenuti dalla
parte degli scienziati” (da un’intervista
su “La Repubblica” del 7/ 12/ 2008).
La ricerca della chiarezza. Stare dalla
parte del pubblico - cioè ipotizzare un
modello di lettore/ fruitore di cultura
scientifica modesta - implicava innanzi
tutto la ricerca della massima limpidezza
e semplicità espositive: qualità
conseguibili dal divulgatore solo a
patto che egli stesso abbia perfettamente
compreso e assimilato i contenuti
che egli intende tradurre per il
grande pubblico. La celebre affermazione
di Einstein, “you do not really
understand something unless you can
explain it to your grandmother”, riflette,
piuttosto che l’improbabile intento
di acculturare l’ava, la necessità che il
grande scienziato avverte di chiarire
innanzitutto a se stesso i contenuti
della propria speculazione scientifica.
A maggior ragione nel progetto del
CNR - nel quale la divulgazione è,
necessariamente, una simulazione di
divulgazione, in quanto i prodotti presentati
sono letti principalmente dai membri della commissione giudicatrice
- i beneficiari della divulgazione
sono gli studenti-divulgatori. Com’è
giusto che sia, visto che l’iniziativa
mira proprio a promuovere la cultura
scientifica dei giovani.
Stare dalla parte del pubblico per
quanto attiene al linguaggio significa,
più tecnicamente, da un lato tenere
presenti alcune specificità della lingua
scientifica che possono ostacolare la
comprensione dei non addetti ai lavori,
dall’altro ricercare una forma
comunicativa attraente.
Gli ostacoli per la divulgazione.
Un ostacolo alla trasparenza dei contenuti
può essere rappresentata dal lessico
tecnico-scientifico che, com’è noto,
si caratterizza da un lato per il largo
impiego di anglismi, dall’altro per l’inesausta
vitalità di elementi lessicali
(parole e affissi) di derivazione latina e
soprattutto greca. Come comportarsi
con questi termini dovendo scrivere
un testo divulgativo? Evitarli?
“Tradurli”? Lasciarli come sono, facendo
affidamento sulla cultura scientifica
del destinatario? Conservarli e nel
contempo spiegarli (con parafrasi lessicali
tra parentesi)? I ragazzi hanno in
genere adottato soluzioni equilibrate,
tenendo conto delle difficoltà del lettore
inesperto e nel contempo conservando
il più possibile la terminologia
specialistica e la complessità concettuale.
In effetti divulgare dovrebbe
significare, tra l’altro, promuovere la
cultura scientifica del lettore, quindi
mirare anche a dotarlo di un linguaggio
il più possibile adeguato a veicolare
contenuti non eccessivamente semplificati.
In alcuni lavori i ragazzi
hanno distinto due livelli di discorso,
omologhi a due diversi destinatari -
uno meno e uno più acculturato -
talora racchiudendo in un box a parte
i contenuti più tecnici, espressi con un
lessico più specifico o in linguaggio
formalizzato.
Un altro tratto che non poteva essere
conservato in un testo divulgativo era
la tendenza, tipica del linguaggio
scientifico, alla neutralità emozionale,
alla deagentivizzazione. I ragazzi non
hanno quasi mai conservato questa
modalità espositiva troppo fredda e
anonima, rendendosi conto che il lettore
è curioso di conoscere i contesti
(umani, pragmatici, logistici, ecc.),
vuole vedere i volti degli scienziati e
percepisce come mortalmente noiosa
l’impersonalità di un’esposizione
oggettiva, tutta orientata sul processo.
Anche il linguaggio astratto delle formule
è stato in genere evitato dagli
studenti partecipanti, sostituito quasi
sempre dall’esposizione in lingua
naturale, dalla narrazione.
La ricerca di una forma attraente.
È un’esigenza cruciale della divulgazione,
fin dai tempi in cui il divulgatore
a Roma della fisica epicurea,
Lucrezio, scriveva: “Su un’oscura
materia compongo versi luminosi,/
tutto cospargendo col fascino delle
Muse./ … come i medici, quando cercano
di dare ai fanciulli/ il ripugnante
assenzio, prima gli orli tutt’attorno al
bicchiere/ cospargono col dolce e
biondo liquore del miele…”. (De rer.
nat., I 933 ss.).
La capacità dei giovani
di dare ai contenuti una forma
attraente è stata, dal mio punto di
vista, l’elemento più degno di nota nei
vari lavori presentati. Davvero pregevoli
sono risultati il fine humour e la
leggerezza di certi disegni e soluzioni
grafiche, la congruenza rispetto ai
contenuti delle musiche nei filmati e
nelle animazioni, l’abilità (talora di
livello professionale) nello sfruttare le
mille risorse della multimedialità.
Segnalerei anche la misura nell’impiego
della metafora e dei modelli analogici,
che sono modalità espressive utili
nella divulgazione, quando vi si faccia
ricorso con gli accorgimenti raccomandati
da Angela: “Con le dovute
cautele [la metafora] è anche un
mezzo di spiegazione molto potente.
Per esempio, una di queste cautele
sono i segnali di avvertimento: “per
così dire”, “è un pò come se”, le virgolette,
che hanno lo scopo di distanziare
il lettore o lo spettatore dal piano
letterale, gli insinuano il dubbio che le
cose non siano poi così semplici”
(Raccontare la scienza, Pratiche
Editrice, Milano 1998, p. 26).