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Gli studi sullo sviluppo dell'uomo stanno sempre più prendendo in considerazione che l'evoluzione dell'attaccamento alle persone si accompagna ad un analogo processo collegato ai luoghi: si tratta di intensi legami affettivi che si sviluppano verso l'ambiente che una persona abita.
Tale attaccamento è favorito, principalmente, dal fatto che vi sia una congruenza tra l'immagine che la persona ha di sé e quella del luogo in cui vive. Proshansky (1978) ha definito col termine place identity questa particolare dimensione del sé che descrive l'identità personale dell'individuo in relazione all'ambiente fisico.
Lo stesso Proshansky, con Fabian e Kaminoff (1983), ricorda che non c'è solo la distinzione tra "io" e la "mia mamma", ma anche quella tra "io" e la "mia stanza". In questo modo lo spazio acquista delle valenze psicologiche che sono
pensabili, schematicamente, come tutti quegli attributi non direttamente riferibili agli aspetti fisici, e che comprendono in essi tutto ciò che, in modi diversi, interagisce con la sfera delle emozioni e dei sentimenti.
Si tratta di spazi che, se utilmente declinati, possono essere percepiti come favorevoli alle realizzazioni dei bisogni, della conoscenza, della cultura, del gioco, della socializzazione, dell'affermazione della propria coscienza e individualità e dell'esigenza di essere conosciuti, riconosciuti, apprezzati e ricordati. In altri termini vi sono delle dimensioni che definiscono l'identità di una persona riguardo all'ambiente fisico e che orientano, come detto, il soggetto a cercare e trovare una congruenza tra l'immagine di sé e quella del luogo in cui vive.

Una buona leggibilità ambientale (intesa come valutazione cognitiva ed affettiva dell'ambiente circostante) è di fondamentale importanza, per attivare nel soggetto il desiderio di conoscere e di addentrarsi nel "territorio", suscitando una valutazione positiva verso ciò che lo circonda.
Se invece la leggibilità dell'ambiente è scarsa, o addirittura contraddittoria, la persona si sente sfidata nelle sue capacità cognitive, si sente affaticata ed entra in uno stato d'animo di rifiuto per ciò che lo circonda.

Tutto ciò è molto importante per qualsiasi persona e tanto più appare rilevante per soggetti deboli, quali possono essere gli anziani, chi presenta difficoltà cognitive o di movimento o individui "inesperti" come sono i bambini.
La presenza di questa interazione pone l'accento sul fatto che anche l'ambiente, e gli oggetti che lo compongono, hanno una loro capacità comunicativa, che deve essere accuratamente studiata, valutata e migliorata, sempre all'interno del preciso contesto comunicativo nel quale viene a realizzarsi.
Ad esempio, per l'orientamento è senza dubbio importante l'installazione di un'appropriata segnaletica, ma la sua efficacia non è solo determinata dalla pertinenza, ma anche dalla qualità del segnale che riesce a trasmettere.
Troppo spesso assistiamo a segnaletiche ridondanti, nelle quali la quantità dell'informazione diventa confusiva e distraente rispetto alla centralità del messaggio.
La segnaletica dovrebbe essere progettata considerando le sue valenze cognitive ed affettive e il contesto percettivo nel quale è inserita.

Vivere uno spazio psicologicamente corretto, completo, adatto al proprio io (place identity), significa partecipare ad un universo abitativo che rassicura, protegge, soddisfa, esprime, fa crescere.
Così la stanza che si abita, via via arriva a prendere dall'interno la propria forma, così come un vestito, che, per "sentirselo addosso", non deve essere né troppo stretto né troppo largo, ma modellato su di sé, con quel tanto di comfort armonioso che non incute né timore, né depressione.
Gli spazi e gli oggetti in essi contenuti, quindi, emanano e sono portatori, oltre che di informazioni, anche di stati d'animo.
Ecco allora che i mobili e la loro posizione nello spazio non dovrebbero dissuadere l'individuo ad utilizzarli, né indurlo ad usarli per finalità diverse da quelli per i quali sono stati progettati.
Oltre a ciò, è importante considerare che la funzionalità degli spazi e degli oggetti non coincide sempre con il loro significato psicologico: una maniglia, ad esempio, non è solo funzionale all'apertura di una porta, ma trasmette anche significati di "apertura".
Nel regno dei significati, la maniglia apre, così come la chiave chiude (Zuliani e Gangi).
La stessa porta ha un significato di barriera mentre il passaggio è simbolizzato dallo stipite. Analizzare lo spazio attraverso questa dimensione significa principalmente partire dalle problematiche psicologiche e sociali di chi dovrà usufruirne.
Quindi, le persone che fruiscono degli spazi vanno viste nella loro storia e all'interno delle capacità/possibilità che possiedono di rapportarsi con il mondo esterno.
Un utile esempio di quanto detto lo ritroviamo nei significati spaziali contenuti e trasmessi dalle strutture ospedaliere che dovrebbero essere vissuti come luoghi da sperimentare, da trasformare e dei quali sentirsi parte.
Spesso l'architettura ospedaliera, invece, trasmette messaggi negativi, principalmente perché prevale la visione dell'ospedale come macchina tecnologica, legata solo all'aspetto fisico della salute (De Antoni).
Ecco allora una cultura architettonica che rinforza questa idea attraverso l'utilizzazione di colori neutri, muri bianchi, materiali freddi, spazi indifferenziati ed anonimi.
Quanto detto per gli ospedali, può essere applicato a qualsiasi ambiente che ospiti una persona alle prese con una condizione di disabilità.
Da questo punto di vista occorre ricordare che più la persona, con il nascere di una propria personale disabilità, è soggettivamente in difficoltà tanto più aumenterà la sua fatica a rapportarsi con ambienti nuovi che, in quanto tali, mancano della necessaria caratteristica di rassicurazione, di cui la persona può avere estremo bisogno.
In altri termini, possiamo affermare che una persona è tanto meno disponibile a vivere cambiamenti spaziali quanto più è alle imprese con grossi problemi personali.

Un ulteriore aspetto da esplorare è la dinamica tra l'attaccamento alla propria abitazione (casa, quartiere, paese) e le difficoltà insite nel territorio quali l'assenza di servizi (commerciali, sanitari, trasporti) o la presenza di barriere architettoniche.
Spesso sono proprio i quartieri e le abitazioni più degradate (e quindi più soggette ad un cambiamento) quelle che presentano questi limiti territoriali, ma questi sono anche gli ambienti che, per molte ragioni (di attaccamento ai luoghi), permettono la maggior integrità mentale, specie in persone che potremmo definire " lungo residenti ", in particolare gli anziani.
Quando avviene la rottura di una buona relazione di attaccamento con l'ambiente, il soggetto attraverserà una lunga fase di elaborazione della perdita subita. Solo in seguito cercherà di ripristinare il vecchio attaccamento o di crearne uno di nuovo (Brown e Perkins, 1992).
Questo processo investe e coinvolge notevoli energie della persona coinvolta, arrivando, in taluni casi, anche ad inibire altri comportamenti.

Nel processo di conoscenza e interazione con l'ambiente, ogni persona utilizza per orientarsi le proprie mappe cognitive, in altre parole le proprie capacità di acquisire ed adoperare delle conoscenze spaziali.
La mappa cognitiva è la rappresentazione interna che ognuno si fa, con il passare del tempo, di un qualsiasi ambiente frequentato, ed ha la funzione di dare un significato alla complessità delle informazioni ambientali e di facilitare i propri comportamenti spaziali.
Un valido esempio di mappa cognitiva è costituito dalle attese e dai comportamenti che una persona attiva di fronte ad un percorso cittadino da percorrere: sarà caratterizzata dalle strade che si aspetta di percorrere per raggiungere un determinato luogo, dagli elementi percettivi più rilevanti che si attende di trovare sul percorso e dagli ostacoli che pensa di dover superare.
Nel formarsi di una mappa mentale di un qualsiasi ambiente, sia esso un quartiere cittadino o l'interno di un edificio, la persona procede sostanzialmente nel modo seguente: fissa dapprima dei capisaldi di riconoscimento, che siano in grado di scandire i percorsi, e poi arriva ad estendere la propria conoscenza ai percorsi ed, infine, può concentrarsi sui dettagli. Volendo rappresentare queste mappe, possiamo efficacemente pensare ad un foglio di carta sul quale sono tracciate le linee fondamentali per l'orientamento.
La mappa cognitiva si avvicina a questa immagine, ma è fondamentale ricordare che si tratta di una carta topografica molto imperfetta che somiglia più ad un documento geografico medioevale piuttosto che alla piantina di una città moderna.
Un altro aspetto caratteristico nel rapporto della persona con l'ambiente, e nella stessa costituzione delle mappe cognitive, è rappresentato dai landmarks, che possiamo definire come dei veri e propri marcatori del territorio.
Si tratta di elementi fisici percettivamente evidenti e facilmente identificabili, che rappresentano dei veri punti di scelta, in altre parole punti del percorso dove occorre prendere delle decisioni.
Sono, quindi, nodi del percorso molto significativi che, una volta acquisiti, difficilmente vengono modificati.
Ritornando ad esempio alla città, e ai percorsi che la attraversano, questi marcatori territoriali sono i punti nei quali è necessario svoltare, dei quali è indispensabile tenere conto per raggiungere un determinato obiettivo.
Spesso la stessa memorizzazione di un percorso cittadino è correlata non tanto alla sua lunghezza, ma dalla qualità dei segmenti che congiungono i nodi di questo tragitto.
Man mano che queste mappe si consolidano diventerà difficile per il soggetto introdurvi delle modifiche rilevanti.
Così un cambiamento nella viabilità urbana potrà creare problemi sia di comportamento (molti soggetti tenderanno a percorrere strade note, anche se sono state chiuse al traffico), sia affettivi (giacché ogni cambiamento va a rompere una struttura rassicurante).
 
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Antonio Zuliani
Psicologo e psicoterapeuta, membro C.D. IIDD

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