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Editoriale


Tecnologie per la disabilità: una società senza esclusi Di Lucio Stanca

Formazione oltre le barriere

Dalla disabilità
alla diversa abilità


Parliamo di...

Premio Sapio per la Ricerca Italiana 2003





 
La presenza dell’handicap nella società può essere vista come un incontro tra differenze suscettibile di provocare quella “dissonanza cognitiva” di cui, alla fine degli anni ’50, parlava Leo Festinger: il rapporto con il diverso è un elemento nuovo che irrompe nel sostrato delle conoscenze cumulate, provoca un impatto sull’universo della percezione e del noto, solleva dubbi da cui scaturiscono le reazioni culturalmente più disparate. Eppure - diceva Pascal - …l’uniformità senza diversità è inutile agli altri, la diversità senza uniformità è rovinosa per noi. L’una nociva all’esterno, l’altra all’interno.

Il principio dell’uguaglianza può essere utile a definire una generica equivalenza di diritti essenziali nell’ambito della norma giuridica, ma mal si presta a connotare il fondamentale diritto umano che dovrebbe dirsi piuttosto il diritto, se non alla disuguaglianza, almeno alla diversità, il diritto, cioè, di ogni uomo di essere differente da tutti gli altri, per poter recare un contributo effettivo e un apporto originale al complesso umano. Non è certo la natura fisica che qualifica gli uomini nella loro diversità, ma è la natura spirituale degli uomini, qualificata nella singolarità di ciascuno, che semmai li distingue anche fisicamente e socialmente. Ciò che tende alla mera uguaglianza sono le cose, a mano a mano che si staccano dalla matrice spirituale che le fa essere. Ma il regno dello spirito è un regno di unici, di insostituibili. Gli uomini, insomma, sono tutti uguali tra di loro per il fatto d’essere tutti, ciascuno per proprio conto, esclusivamente identico a se medesimo (…se esistessero due uomini uguali, il mondo non sarebbe abbastanza grande per contenerli - Khalil Gibran).

E individuo non vuol dire Uno, ma Ciascuno. Ecco cosa significano le parole di Stefanini, quando nel suo Personalismo sociale afferma che “…correggendo i concetti illuministici di uguaglianza e disuguaglianza, bisogna trovare un concetto della reciproca proporzione umana che non comprima la diversità nell’uguaglianza geometrica e non corrompa la diversità nella disuguaglianza antagonistica: tale è il concetto di somiglianza”. Perché, appunto, gli uomini non sono né uguali né disuguali, ma sono simili tra di loro. E’ la somiglianza che lega senza soffocare, ordina senza appiattire, crea la concordia dei diversi. Ma noi abbiamo perduto la categoria del diverso, ovvero non sappiamo concepire la diversità se non sul piano della contrarietà e della collisione.

A ogni uomo, invece, si deve uno sforzo di identificazione: i nostri simili non vanno considerati alla stregua di una superficie cui applicare una certa etichetta; al contrario, ci si deve impegnare a vedere il mondo (compresa l’etichetta) dal punto di vista di ciascuno di loro.

E ancora: dobbiamo a ogni uomo lo sforzo di comprenderlo e, nel farlo, dobbiamo accostarci a ciascuno dei nostri simili facendo astrazione da certe vistose strutture di ineguaglianza in cui lo incontriamo. L’handicap è sostanzialmente determinato dalla incapacità strutturale dell’organizzazione sociale a ridurre o eliminare lo svantaggio che la disabilità determina. Per questo occorre oggi passare dalla cultura dell’handicap alla “cultura della normalità”, quella cioè che afferma la diversità di ogni essere umano come condizione normale, quindi risorsa positiva, come patrimonio multiforme di cultura, capacità, attitudini di vita. Dal principio di non discriminazione sancito dal trattato di Amsterdam (art. 13) può e deve derivare una politica attenta a valorizzare nel concreto la disabilità come risorsa umana, morale, sociale, economica, culturale.

Alla giusta e doverosa tutela dei diritti (primo fra tutti il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione) si deve affiancare un concreto pacchetto di iniziative volte a garantire la libertà di vivere come tutti. E’ necessaria una crescita culturale complessiva che, utilizzando i grandi elementi restitutivi delle esperienze sul campo, consolidi la rappresentazione dei disabili come persone e come risorse della comunità. Ogni persona disabile di qualsiasi età ha diritto a un sistema di aiuto che garantisca lo sviluppo massimo della sua personalità e a un inserimento sociale il più attivo e partecipato possibile, avendo ben presente che la prima e fondamentale istituzione assistenziale italiana è la famiglia, e che proprio per questo va affrontato anche il problema del “dopo”.

Per lo sviluppo delle politiche a sostegno della famiglia e del “Dopo di noi” si prevedono, tra le altre, azioni finalizzate alla introduzione della figura di un amministratore di sostegno per la tutela giuridica e della qualità della vita del disabile non autosufficiente, alla introduzione del Trust nella normativa fiscale e agevolazioni per le famiglie, alla istituzione di commissioni per il controllo della qualità della vita del disabile, ovunque egli viva, oltre che alla introduzione di misure che incentivino il ruolo attivo del settore no-profit. I disabili fanno parte della società, sono membri a pieno titolo della collettività e hanno il diritto di restare nella loro collettività di origine. Devono ricevere l’assistenza di cui hanno bisogno nel quadro di strutture ordinarie di insegnamento, di sanità, di impiego e di servizi sociali. E la società deve poter contare di più su di loro, aiutandoli a far fronte alle loro responsabilità, perché via via che raggiungono la parità di diritti, essi hanno anche eguali obblighi.


Impegno Dokita a favore di disabili
L’Associazione Volontari Dokita, ONG,espressione del volontariato laico formatosi all’interno delle strutture della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione come servizio e solidarietà verso l’uomo di qualunque razza, condizione e religione, come risposta concreta a quanto sopra espresso, sta realizzando alcune iniziative a favore di persone - bambini e adulti - disabili. Nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, la persona disabile è doppiamente svantaggiata: in primo luogo perché si trova a vivere in situazione di sottosviluppo, e quindi in condizioni di non avere possibilità concrete per far fronte ai suoi bisogni, siano essi sanitari, riabilitativi, formativi; in secondo luogo perché in aggiunta non ha neppure le possibilità fisiche e/o psichiche per affrontare, al pari degli altri, i problemi esistenziali quotidiani. In questo contesto, sono sei, gli obiettivi che si prefiggono i nostri interventi; tre di questi sono rivolti al disabile, uno è rivolto alle istituzioni pubbliche preposte, uno alla famiglia, uno alla società civile in generale:

1. Cercare di recuperare, per quanto possibile, il disabile e ridargli mobilità e risposta con interventi chirurgici, con cure riabilitative psico-fisicoterapiche, con fornitura di ausili.

2. Promuovere l’integrazione scolastica dei disabili
in età scolare rendendo possibile il loro inserimento nella scuola pubblica più vicina.

3. Promuovere l’inserimento sociale e lavorativo dei disabili
con corsi di formazione professionale, dando loro dignità, competenze specifiche spendibili nel mercato del lavoro,prospettive, e promuovendo attività fonti di reddito.

4. Sensibilizzare e coinvolgere le Istituzioni Pubbliche responsabili
del settore per acquisire la giusta dimensione del problema nella sua quantità, varietà e causalità,per aggiornare la normativa, per dare risposte puntuali e adeguate ai vari bisogni. In Albania è stato promosso e attivato, in collaborazione con il Dipartimento Affari Sociali, un “osservatorio nazionale handicap” come ulteriore strumento di conoscenza e di risposta adeguata.

5. Sostenere i famigliari dei disabili perché non si sentano soli e isolati
nell’affrontare i problemi connessi alla gestione del disabile, anche nei confronti delle Istituzioni pubbliche preposte; coinvolgerli perché anche loro diventino potenziale “cultura” nei confronti degli altri, senza paura o, tanto meno, vergogna.

6. Informare, educare, coinvolgere la società civile a tutti i livelli,
perché il disabile sia considerato non un diverso, ma un simile, una risorsa della comunità, riconoscendogli e dandogli pari diritti e opportunità, soprattutto considerando il fatto che eventi esistenziali dalla nascita, o durante, l’hanno privato di alcune funzioni.

Queste iniziative sono attualmente in svolgimento in Camerun, nelle Filippine, In India e in Albania. In Camerun l’opera è iniziata nel 1991 ed è condotta da P. Sergio Ianeselli, religioso concezionista. Sono in cura oltre un migliaio di disabili - bambini, la maggior parte, e adulti - prevalentemente fisici: poliomielitici, sordo-muti, ciechi, traumatizzati. Per i bambini si provvede con interventi chirurgici, quando possibili, alla riabilitazione motoria, e alla protesizzazione. E’ stata attivata con grande successo - uno studente ha varcato la soglia dell’università - l’unica scuola per non vedenti del Paese.

Per gli adulti vengono svolti vari corsi di formazione: falegnameria, cucito, officina ortopedica, artigianato, informatica, segreteria aziendale. Nelle Filippine sono invece una cinquantina i disabili adulti che frequentano il “Father Monti Shelter Home” per cure e formazione professionale. Responsabile del Centro è P. Elio Lancini, religioso concezionista. In India, dove il disabile è relegato agli ultimi gradini della scala sociale, l’attenzione viene riservata a disabili sia mentali che fisici. Due sono i principali centri residenziali di cura e assistenza: uno si trova a Puthanangadi nel Kerala, dove sono ospitati circa una settantina di disabili mentali; l’altro a Visannapeta, nell’Andhra Pradesh, dove si trovano una cinquantina di disabili fisici.

I due centri sono gestiti dai Padri concezionisti indiani. In Albania, invece, è direttamente Dokita ad essere coinvolto. Dal 1998 si stanno svolgendo soprattutto corsi di formazione nel campo dell’informatica, della grafica, della stampa e del web design. Come già sopra accennato, in collaborazione con il Ministero del Lavoro - Dipartimento degli Affari Sociali, Dokita ha promosso, attivato e sta consolidando un “osservatorio nazionale handicap”. Questa ultima iniziativa è stata molto apprezzata e si sta rivelando importante perché permette alle istituzioni pubbliche di avere uno strumento valido e aggiornato per monitorare il problema in tutta la sua dimensione e nelle sue cause, per studiare e individuare i bisogni più urgenti, per dare risposte puntuali e adeguate ai bisogni dell’utenza. Per concludere, si affermano invano la dignità e la vocazione della persona umana se non si lavora a trasformare le condizioni che l’opprimono, e a fare in modo che essa possa degnamente mangiare il proprio pane. Le politiche verso la “società per tutti” non possono esistere senza una nuova, qualificata e non episodica politica per l’informazione.

Il non profit, di fronte alla cultura e alle regole dei media, non può chiudere gli occhi e tenersi fuori. Deve sì accettare i criteri della notiziabilità, pur con tutti i suoi evidentissimi limiti, però interagendo costruttivamente con tv e quotidiani, ideando strategie, stili e contenuti nuovi per modificare i messaggi sul disagio. Si tratta di trovare il punto di contatto per una comunicazione più impietosa, senza la zavorra di una pietà inutile, per avviare un processo che arricchisca i giornalisti del sociale di una preparazione analoga a quella richiesta per la finanza, la politica, lo sport e così via. Nel momento stesso in cui definiamo l’handicap come uno svantaggio sociale, l’informazione tradizionale non basta più, non è più sufficiente a descrivere i progressi nel processo di integrazione di questa ‘popolazione’. La politica dell’integrazione, insomma, non può essere efficacemente attuata se non è sostenuta da una integrazione dei flussi informativi, e fino a oggi le iniziative sono proliferate senza un ordine e una organizzazione adeguati. Occorre farsi rete nell’informazione. Ognuno è chiamato a fare la propria parte.

 
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di Antonella Ciana
Associazione Volontari Dokita ONG

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