| Il principio dell’uguaglianza
può essere utile a definire una generica equivalenza
di diritti essenziali nell’ambito della norma giuridica,
ma mal si presta a connotare il fondamentale diritto
umano che dovrebbe dirsi piuttosto il diritto, se non
alla disuguaglianza, almeno alla diversità, il diritto,
cioè, di ogni uomo di essere differente da tutti gli
altri, per poter recare un contributo effettivo e un
apporto originale al complesso umano. Non è certo la
natura fisica che qualifica gli uomini nella loro diversità,
ma è la natura spirituale degli uomini, qualificata
nella singolarità di ciascuno, che semmai li distingue
anche fisicamente e socialmente. Ciò che tende alla
mera uguaglianza sono le cose, a mano a mano che si
staccano dalla matrice spirituale che le fa essere.
Ma il regno dello spirito è un regno di unici, di insostituibili.
Gli uomini, insomma, sono tutti uguali tra di loro per
il fatto d’essere tutti, ciascuno per proprio conto,
esclusivamente identico a se medesimo (…se esistessero
due uomini uguali, il mondo non sarebbe abbastanza grande
per contenerli - Khalil Gibran).
E individuo non vuol dire Uno, ma Ciascuno. Ecco cosa
significano le parole di Stefanini, quando nel suo Personalismo
sociale afferma che “…correggendo i concetti illuministici
di uguaglianza e disuguaglianza, bisogna trovare un
concetto della reciproca proporzione umana che non comprima
la diversità nell’uguaglianza geometrica e non corrompa
la diversità nella disuguaglianza antagonistica: tale
è il concetto di somiglianza”. Perché, appunto, gli
uomini non sono né uguali né disuguali, ma sono simili
tra di loro. E’ la somiglianza che lega senza soffocare,
ordina senza appiattire, crea la concordia dei diversi.
Ma noi abbiamo perduto la categoria del diverso, ovvero
non sappiamo concepire la diversità se non sul piano
della contrarietà e della collisione.
A ogni uomo, invece, si deve uno sforzo di identificazione:
i nostri simili non vanno considerati alla stregua di
una superficie cui applicare una certa etichetta; al
contrario, ci si deve impegnare a vedere il mondo (compresa
l’etichetta) dal punto di vista di ciascuno di loro.
E ancora: dobbiamo a ogni uomo lo sforzo di comprenderlo
e, nel farlo, dobbiamo accostarci a ciascuno dei nostri
simili facendo astrazione da certe vistose strutture
di ineguaglianza in cui lo incontriamo. L’handicap è
sostanzialmente determinato dalla incapacità strutturale
dell’organizzazione sociale a ridurre o eliminare lo
svantaggio che la disabilità determina. Per questo occorre
oggi passare dalla cultura dell’handicap alla “cultura
della normalità”, quella cioè che afferma la diversità
di ogni essere umano come condizione normale, quindi
risorsa positiva, come patrimonio multiforme di cultura,
capacità, attitudini di vita. Dal principio di non discriminazione
sancito dal trattato di Amsterdam (art. 13) può e deve
derivare una politica attenta a valorizzare nel concreto
la disabilità come risorsa umana, morale, sociale, economica,
culturale.
Alla giusta e doverosa tutela dei diritti (primo fra
tutti il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione)
si deve affiancare un concreto pacchetto di iniziative
volte a garantire la libertà di vivere come tutti. E’
necessaria una crescita culturale complessiva che, utilizzando
i grandi elementi restitutivi delle esperienze sul campo,
consolidi la rappresentazione dei disabili come persone
e come risorse della comunità. Ogni persona disabile
di qualsiasi età ha diritto a un sistema di aiuto che
garantisca lo sviluppo massimo della sua personalità
e a un inserimento sociale il più attivo e partecipato
possibile, avendo ben presente che la prima e fondamentale
istituzione assistenziale italiana è la famiglia, e
che proprio per questo va affrontato anche il problema
del “dopo”.
Per lo sviluppo delle politiche a sostegno della famiglia
e del “Dopo di noi” si prevedono, tra le altre, azioni
finalizzate alla introduzione della figura di un amministratore
di sostegno per la tutela giuridica e della qualità
della vita del disabile non autosufficiente, alla introduzione
del Trust nella normativa fiscale e agevolazioni per
le famiglie, alla istituzione di commissioni per il
controllo della qualità della vita del disabile, ovunque
egli viva, oltre che alla introduzione di misure che
incentivino il ruolo attivo del settore no-profit. I
disabili fanno parte della società, sono membri a pieno
titolo della collettività e hanno il diritto di restare
nella loro collettività di origine. Devono ricevere
l’assistenza di cui hanno bisogno nel quadro di strutture
ordinarie di insegnamento, di sanità, di impiego e di
servizi sociali. E la società deve poter contare di
più su di loro, aiutandoli a far fronte alle loro responsabilità,
perché via via che raggiungono la parità di diritti,
essi hanno anche eguali obblighi.
Impegno Dokita a favore di disabili
L’Associazione Volontari Dokita, ONG,espressione del
volontariato laico formatosi all’interno delle strutture
della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione
come servizio e solidarietà verso l’uomo di qualunque
razza, condizione e religione, come risposta concreta
a quanto sopra espresso, sta realizzando alcune iniziative
a favore di persone - bambini e adulti - disabili. Nei
Paesi cosiddetti in via di sviluppo, la persona disabile
è doppiamente svantaggiata: in primo luogo perché si
trova a vivere in situazione di sottosviluppo, e quindi
in condizioni di non avere possibilità concrete per
far fronte ai suoi bisogni, siano essi sanitari, riabilitativi,
formativi; in secondo luogo perché in aggiunta non ha
neppure le possibilità fisiche e/o psichiche per affrontare,
al pari degli altri, i problemi esistenziali quotidiani.
In questo contesto, sono sei, gli obiettivi che si prefiggono
i nostri interventi; tre di questi sono rivolti al disabile,
uno è rivolto alle istituzioni pubbliche preposte, uno
alla famiglia, uno alla società civile in generale:
1. Cercare di recuperare,
per quanto possibile, il disabile e ridargli
mobilità e risposta con interventi chirurgici, con
cure riabilitative psico-fisicoterapiche, con fornitura
di ausili.
2. Promuovere l’integrazione scolastica dei disabili
in età scolare rendendo possibile il loro
inserimento nella scuola pubblica più vicina.
3. Promuovere l’inserimento sociale e lavorativo
dei disabili con corsi di formazione professionale,
dando loro dignità, competenze specifiche spendibili
nel mercato del lavoro,prospettive, e promuovendo
attività fonti di reddito.
4. Sensibilizzare e coinvolgere le Istituzioni Pubbliche
responsabili del settore per acquisire
la giusta dimensione del problema nella sua quantità,
varietà e causalità,per aggiornare la normativa,
per dare risposte puntuali e adeguate ai vari bisogni.
In Albania è stato promosso e attivato, in collaborazione
con il Dipartimento Affari Sociali, un “osservatorio
nazionale handicap” come ulteriore strumento di
conoscenza e di risposta adeguata.
5. Sostenere i famigliari dei disabili perché non
si sentano soli e isolati nell’affrontare
i problemi connessi alla gestione del disabile,
anche nei confronti delle Istituzioni pubbliche
preposte; coinvolgerli perché anche loro diventino
potenziale “cultura” nei confronti degli altri,
senza paura o, tanto meno, vergogna.
6. Informare, educare, coinvolgere la società civile
a tutti i livelli, perché il disabile sia
considerato non un diverso, ma un simile, una risorsa
della comunità, riconoscendogli e dandogli pari
diritti e opportunità, soprattutto considerando
il fatto che eventi esistenziali dalla nascita,
o durante, l’hanno privato di alcune funzioni. |
Queste iniziative sono attualmente in svolgimento
in Camerun, nelle Filippine, In India e in Albania.
In Camerun l’opera è iniziata nel 1991 ed è condotta
da P. Sergio Ianeselli, religioso concezionista. Sono
in cura oltre un migliaio di disabili - bambini, la
maggior parte, e adulti - prevalentemente fisici: poliomielitici,
sordo-muti, ciechi, traumatizzati. Per i bambini si
provvede con interventi chirurgici, quando possibili,
alla riabilitazione motoria, e alla protesizzazione.
E’ stata attivata con grande successo - uno studente
ha varcato la soglia dell’università - l’unica scuola
per non vedenti del Paese.
Per gli adulti vengono svolti vari corsi di formazione:
falegnameria, cucito, officina ortopedica, artigianato,
informatica, segreteria aziendale. Nelle Filippine sono
invece una cinquantina i disabili adulti che frequentano
il “Father Monti Shelter Home” per cure e formazione
professionale. Responsabile del Centro è P. Elio Lancini,
religioso concezionista. In India, dove il disabile
è relegato agli ultimi gradini della scala sociale,
l’attenzione viene riservata a disabili sia mentali
che fisici. Due sono i principali centri residenziali
di cura e assistenza: uno si trova a Puthanangadi nel
Kerala, dove sono ospitati circa una settantina di disabili
mentali; l’altro a Visannapeta, nell’Andhra Pradesh,
dove si trovano una cinquantina di disabili fisici.
I due centri sono gestiti dai Padri concezionisti indiani.
In Albania, invece, è direttamente Dokita ad essere
coinvolto. Dal 1998 si stanno svolgendo soprattutto
corsi di formazione nel campo dell’informatica, della
grafica, della stampa e del web design. Come già sopra
accennato, in collaborazione con il Ministero del Lavoro
- Dipartimento degli Affari Sociali, Dokita ha promosso,
attivato e sta consolidando un “osservatorio nazionale
handicap”. Questa ultima iniziativa è stata molto apprezzata
e si sta rivelando importante perché permette alle istituzioni
pubbliche di avere uno strumento valido e aggiornato
per monitorare il problema in tutta la sua dimensione
e nelle sue cause, per studiare e individuare i bisogni
più urgenti, per dare risposte puntuali e adeguate ai
bisogni dell’utenza. Per concludere, si affermano invano
la dignità e la vocazione della persona umana se non
si lavora a trasformare le condizioni che l’opprimono,
e a fare in modo che essa possa degnamente mangiare
il proprio pane. Le politiche verso la “società per
tutti” non possono esistere senza una nuova, qualificata
e non episodica politica per l’informazione.
Il non profit, di fronte alla cultura e alle regole
dei media, non può chiudere gli occhi e tenersi fuori.
Deve sì accettare i criteri della notiziabilità, pur
con tutti i suoi evidentissimi limiti, però interagendo
costruttivamente con tv e quotidiani, ideando strategie,
stili e contenuti nuovi per modificare i messaggi sul
disagio. Si tratta di trovare il punto di contatto per
una comunicazione più impietosa, senza la zavorra di
una pietà inutile, per avviare un processo che arricchisca
i giornalisti del sociale di una preparazione analoga
a quella richiesta per la finanza, la politica, lo sport
e così via. Nel momento stesso in cui definiamo l’handicap
come uno svantaggio sociale, l’informazione tradizionale
non basta più, non è più sufficiente a descrivere i
progressi nel processo di integrazione di questa ‘popolazione’.
La politica dell’integrazione, insomma, non può essere
efficacemente attuata se non è sostenuta da una integrazione
dei flussi informativi, e fino a oggi le iniziative
sono proliferate senza un ordine e una organizzazione
adeguati. Occorre farsi rete nell’informazione. Ognuno
è chiamato a fare la propria parte.
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